I LIGURI
I Custodi della Natura
Il sacro nel paesaggio
Per risalire ai primi santuari d’Italia, occorre tornare alle montagne, alle grotte e ai boschi liguri, dove il sacro dimorava prima che templi e città ridisegnassero il paesaggio. In questa trama arcaica di rocce, vette e cavità costiere, emerge una popolazione che fece della natura un santuario diffuso. Ogni cima, sorgente o grotta diveniva un contatto col divino. La Liguria, con le regioni vicine, fu un grande laboratorio religioso pre-protostorico, dove l’idea di “santuario” nacque dall’incontro tra paesaggio e culto.
Considerati tra i popoli più antichi dell’Italia nord-occidentale, e un tempo diffusi oltre l’odierna regione, gli antichi Liguri erano visceralmente legati alle alture. L’archeologia, tra Liguria e Francia, ha svelato un complesso sistema di siti sacri sulle Alpi Marittime: rocce incise, coppelle, canalette e vasche rituali, sovente associate a statue e stele raffiguranti divinità, antenati o eroi divinizzati. Tali testimonianze delineano un vero e proprio culto delle vette, non semplice sfondo, ma fulcro di una religiosità che percepiva la montagna come presenza viva, numinosa, sorvegliata da dèi celesti.
Cime come il Bego, il Beigua o il Penna, nell’Appennino ligure-emiliano, erano considerati poli di un’antica sacralità. Qui, incisioni rupestri, tracce di transumanza e percorsi rituali si sovrappongono. La stessa toponomastica, con la radice “penn”, rimanda al dio Pennino o ad Albiorix, divinità celto-ligure protettrici delle altezze, incarnando l’austero carattere delle vette. Presso le cime, strutture e segni sulla roccia indicano che questi monti non erano semplici confini naturali, ma veri e propri santuari a cielo aperto, dove cielo, vento e nubi erano parte del rito. In questo ambiente aspro, i Liguri custodirono un culto così radicato da resistere persino ai tentativi dei Romani di imporre i propri modelli religiosi.
Ingauni ed Epanteri: i popoli delle alture e delle valli
Tra le numerose tribù liguri, gli Ingauni occupano un posto di rilievo. Stanziati nella piana di Albenga e lungo il tratto costiero compreso tra Capo Mele e Capo Noli, gli Ingauni fecero della loro città – Albingaunum, l’odierna Albenga – un centro di una certa importanza, pur conservando un’indole profondamente legata alla terra e al mare. Abili navigatori e tenaci agricoltori, gli Ingauni resistettero a lungo alla penetrazione romana, opponendo una fiera resistenza fino alla definitiva sottomissione nel II secolo a.C. Anche dopo la conquista, il loro carattere aspro e indipendente non si estinse, ma si rifuse nei costumi locali, lasciando un’impronta che la toponomastica e le tradizioni della piana albenganese ancora conservano.
Più in alto, sulle montagne che segnano il confine tra la Liguria e il Piemonte, vivevano gli Epanteri. Popolo montanaro per eccellenza, essi abitavano le valli aspre e boscose delle Alpi Liguri, in un territorio che dalle alture del Colle di Cadibona si estendeva verso le valli del Tanaro e della Bormida. Gli Epanteri incarnano al massimo grado la simbiosi tra uomo e montagna che caratterizza l’intera civiltà ligure: pastori, cacciatori e custodi di sentieri che collegavano il versante marittimo a quello padano. La loro esistenza si svolgeva interamente all’ombra dei boschi di faggio e castagno, tra pascoli d’altura e torrenti impetuosi, in un paesaggio che essi non dominavano ma abitavano come parte integrante.
Il nome stesso “Epanteri” fu attribuito loro dai Romani, che riconobbero negli usi e nei culti di questo popolo montanaro tratti inconfondibili del dio Pan: la vita silvestre tra boschi e rupi, i riti sulle vette, la familiarità con il mondo animale, il suono di flauti e corni che riecheggiava tra le valli. I Romani li chiamarono dunque “quelli di Pan”, accostando la loro divinità al Pan greco. Ma questa scelta non fu innocente. Roma avrebbe potuto riconoscere in quel dio delle montagne liguri il proprio Fauno – divinità italica antichissima, signore dei boschi e dei pascoli, protettore degli armenti e voce oracolare della terra. Il legame sarebbe stato naturale, persino ovvio: Fauno era una divinità autoctona, radicata nel suolo stesso della penisola. Ma proprio qui stava il pericolo. Riconoscere che il dio degli Epanteri era il medesimo Fauno avrebbe significato ammettere che quei montanari “selvaggi” adoravano un dio della stessa terra, che le loro radici affondavano nel medesimo humus sacro di Roma. Ne sarebbe derivato un riconoscimento implicito: gli Epanteri non erano barbari da civilizzare, ma popoli autoctoni con un diritto ancestrale a esistere su quella terra. Meglio allora il Pan greco, divinità lontana, esotica, che li collocava in un altrove culturale e li rendeva estranei, conquistabili senza rimorso.
La parola viva: il rifiuto della scrittura
Uno dei tratti più singolari di questi popoli – Ingauni, Epanteri e Liguri in genere – è l’assenza quasi totale di una tradizione scritta propria. Non si tratta di un’incapacità o di un’arretratezza: la scrittura era per loro qualcosa di superfluo, anzi di sospetto, quasi un peccato contro la natura stessa della conoscenza. Il sapere autentico viveva nella voce, nel gesto, nel racconto trasmesso di generazione in generazione attorno al fuoco, nei canti che accompagnavano la transumanza, nelle formule rituali pronunciate sulle vette e presso le sorgenti. Affidare le parole a un supporto morto significava ucciderle, strapparle al flusso della vita per imprigionarle in segni inerti.
Questa diffidenza verso la scrittura richiama in modo sorprendente un mito egizio riportato da Platone nel Fedro. In quel racconto, il dio Theuth – inventore di molte arti – si presenta al faraone Thamus vantando la scoperta della scrittura, che egli definisce un “farmaco per la memoria e la sapienza”. Ma Thamus ribatte con severità: la scrittura non rafforzerà la memoria degli uomini, bensì la indeboliranno, poiché essi smetteranno di esercitarla, affidandosi a segni esteriori invece che alla propria anima. Ciò che sembra un dono è in realtà un veleno: genera un’apparenza di sapienza, non sapienza vera. Gli uomini crederanno di sapere molte cose, ma non le avranno comprese nel profondo.
I Liguri delle montagne sembrano aver intuito, senza bisogno di un mito scritto, la medesima verità: la conoscenza autentica non si deposita, si vive. Il sapere è inseparabile da chi lo porta, dalla sua voce, dal suo corpo, dal luogo in cui lo pronuncia. Una formula sacra detta sulla cima del Beigua ha un valore che nessun papiro potrebbe restituire. In questo senso, il rifiuto della scrittura non è ignoranza, ma una scelta filosofica radicale: la fedeltà alla parola viva come unico veicolo degno del sacro.
L’ethos anarchico: vivere senza ambizione di potere
L’organizzazione sociale dei Liguri rivela un’altra caratteristica profonda: una struttura che potremmo definire anarchica nel senso più nobile del termine, priva cioè di ambizioni di dominio e di gerarchie centralizzate. Ogni tribù viveva nel proprio spazio vitale ristretto – una valle, un versante montano, un tratto di costa – in regime di autosostentamento, senza la pulsione espansionistica che caratterizzava i popoli mediterranei costruttori di imperi. Non c’era una capitale ligure, né un re dei Liguri, né un progetto di conquista. C’era invece una costellazione di comunità autonome, ciascuna radicata nel proprio territorio come un albero nelle sue radici.
Questa condizione non era subita, ma scelta e praticata come una virtù. Vivere del necessario, entro i confini del proprio territorio, in equilibrio con le risorse della montagna e del mare, era la forma più alta di saggezza. I Liguri, in questo, si comportavano come tutte le forme di vita della natura: ogni specie occupa la propria nicchia, si sostenta con ciò che il proprio ambiente offre, non accumula oltre il bisogno, non invade territori altrui se non per necessità vitale. L’albero non ambisce a essere foresta; il lupo non aspira a regnare su altri branchi; il torrente scorre nel suo letto. Così i Liguri: la loro grandezza stava nel non voler essere grandi.
Solo quando un invasore minacciava la sopravvivenza comune – i Celti transalpini, i Cartaginesi, infine i Romani – le tribù liguri si univano in confederazioni temporanee, mettendo da parte le distanze e le autonomie per combattere insieme. Ma questa alleanza era strettamente funzionale: respinto il nemico o esaurita la lotta, ciascuna tribù tornava al proprio villaggio, ai propri pascoli, ai propri santuari di vetta. Nessun capo guerriero tentava di trasformare la vittoria in regno; nessuna tribù pretendeva il primato sulle altre. L’unione nasceva dalla necessità e si dissolveva con essa, come un temporale che si raccoglie sulle montagne e poi si disperde, lasciando il cielo limpido e ogni cosa al suo posto.
In un’epoca in cui le civiltà del Mediterraneo misuravano la propria grandezza in territori conquistati, città fondate e popoli sottomessi, i Liguri opposero un modello radicalmente diverso: la stabilità come valore supremo, la fedeltà al luogo come forma di identità, il rifiuto del potere come condizione di libertà. Questo li rese invisibili alla storia dei vincitori, ma straordinariamente longevi nella loro terra.
Le grotte costiere: le Arene Candide
Accanto al culto delle vette, un’altra dimensione sacra emerge: le grotte costiere. La Caverna delle Arene Candide a Finale Ligure è un luogo chiave per comprendere le origini della religiosità in Italia. Questo vasto antro marino vanta una frequentazione quasi ininterrotta dal Paleolitico superiore al tardo antico, con 10 metri di sedimenti che documentano cambiamenti climatici, economici e rituali. Nel Paleolitico superiore fu prevalentemente un luogo di sepoltura. Spiccano le tombe gravettiane ed epigravettiane, tra cui quella celebre del “Giovane Principe” (26.300 a.C.), il cui ricco corredo funerario, fatto di ornamenti e utensili, ne attesta l’alto rango e il profondo valore simbolico.
Con il Neolitico, la funzione delle Arene Candide si amplifica: la grotta diviene abitazione, ricovero per animali e, soprattutto, area funeraria, come testimoniano le numerose sepolture. I reperti, tra cui ceramiche Impresse e ossidiana, svelano una vasta rete di scambi tra Liguria, Sicilia, Puglia, Sardegna ed Eolie, elevando la grotta a nodo cruciale di comunicazione e culto nel Mediterraneo occidentale. In età romana, lo stesso luogo, pur mutando linguaggi e forme del sacro, mantenne un valore speciale, riutilizzato per attività produttive e conservazione di derrate.
Pan: il dio dietro ogni manifestazione del reale
L’universo spirituale dei Liguri trascendeva monti e caverne: boschi, sorgenti e acque termali o minerali rivestivano pari importanza. Divinità legate alle acque e alle selve, come Belenus e Bormo, connesse alle sorgenti terapeutiche e alla forza benefica del sottosuolo, erano celebrate, come pure il culto delle ninfe, diffuso in alte valli e presso confluenze fluviali, attestato da altari e iscrizioni.
In questa visione del mondo, dove ogni elemento naturale è pervaso dal divino, emerge con forza la figura di Pan, il dio capro dei Greci, ma in realtà una presenza archetipica ben più antica e universale. Pan è il dio che sta dietro ogni manifestazione del reale: nel fruscio del vento tra le canne, nel crepitio dei rami nella foresta, nel grido improvviso che gela il sangue del viandante solitario – il “timor panico” che altro non è se non la percezione della presenza del dio, del sacro che irrompe nel quotidiano. Il suo stesso nome, che i Greci accostarono a pân (“tutto”), lo designa come la totalità vivente, il respiro della natura intera.
Pan è una divinità profondamente affine alla spiritualità degli Epanteri e dei Liguri montanari. Come loro, vive sulle alture, tra le rocce e i pascoli; come loro, è selvatico e libero, estraneo alla città e alle sue gerarchie. Pan non regna: abita. Non comanda: risuona. La sua dimora non è un tempio di marmo, ma la grotta, il bosco, la cresta ventosa – gli stessi luoghi che i Liguri avevano eletto a santuari. In Pan si riconosce quella stessa sapienza che rifiuta la separazione tra sacro e profano, tra natura e spirito: il divino non è altrove, non attende in un tempio costruito dall’uomo, ma palpita in ogni filo d’erba, in ogni sorgente, in ogni soffio di vento tra le vette.
L’affinità tra Pan e gli Epanteri va oltre la semplice analogia: è una consonanza di visione. Il dio-capra che percorre le montagne suonando il suo flauto e i pastori liguri che attraversano i valichi con le loro greggi partecipano della medesima realtà, abitano lo stesso mondo animato e numinoso. Per entrambi, ogni manifestazione della natura – il tuono, la sorgente, il volo dell’aquila, la fioritura improvvisa di un prato d’altura – è un’epifania, una rivelazione del sacro che non necessita di scrittura, di tempio né di sacerdozio organizzato, ma solo di occhi aperti e di un cuore capace di ascoltare.
Un popolo “forte e rude”
In questo paesaggio, dove le vette simboleggiano la sfera celeste e le grotte rimandano al grembo terrestre, acque sacre e boschi consacrati completano la geografia dei primi santuari. La Liguria si configura così come una costellazione di luoghi rituali intrecciati alla quotidianità di pastori, pescatori e piccoli villaggi. Ne emerge il ritratto di un popolo “forte e rude”, ma capace di una raffinata lettura del paesaggio come testo sacro, dove ogni segno, ogni sepoltura prestigiosa, ogni sorgente onorata testimonia la profonda fedeltà alle divinità delle altezze e degli abissi.
Un popolo che scelse la parola viva sul segno morto, la tribù sull’impero, il necessario sull’eccesso, la montagna sulla città. Un popolo che, come Pan, non regnava ma abitava il mondo, riconoscendo in ogni manifestazione del reale la voce stessa del sacro.

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